Corte costituzionale

Sentenza n. 183/2017

Corte cost., sent. 13 luglio 2017, n. 183

Dati del provvedimento

Organo
Corte costituzionale
Provvedimento
Sentenza
Numero
183/2017
Data di deposito
13 luglio 2017
Data di decisione
4 luglio 2017
Esito
Inammissibilità
Tipo di giudizio
GIUDIZIO PER CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE TRA POTERI DELLO STATO
Relatore
Franco Modugno
Presidente
GROSSI
ECLI
ECLI:IT:COST:2017:183

Parametri

Massime

Massima n. 41827

Nel giudizio per conflitto tra poteri promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri a difesa delle proprie attribuzioni in materia di segreto di Stato, non può ritenersi cessata la materia del contendere per effetto della sopravvenuta sentenza con cui il giudice dell'udienza preliminare, disattendendo la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura della Repubblica e impugnata per conflitto di attribuzione, ha dichiarato il non luogo a procedere nei confronti degli imputati, atteso che il proscioglimento - in parte pronunciato non per l'esistenza del segreto di Stato, ma per prescrizione - promana da un organo (il GUP) distinto, sul piano dell'articolazione dei poteri dello Stato, dall'organo (il pubblico ministero) che ha adottato l'atto asseritamente lesivo delle attribuzioni costituzionali del ricorrente, e non ne implica la rimozione. Nei conflitti di attribuzione, la dichiarazione di cessazione della materia del contendere si impone solo quando l'atto impugnato risulti annullato con efficacia ex tunc, facendo implicitamente venir meno le affermazioni di competenza che hanno dato origine al conflitto e privando il ricorrente dell'interesse ad ottenere una decisione sull'appartenenza del potere contestato. Più in generale, il semplice esaurimento degli effetti dell'atto impugnato non basta a far cessare il dibattito circa la spettanza del potere. ( Precedente citato: sentenza n. 150 del 1981 ). Il giudizio per conflitto è diretto a definire l'ambito delle sfere di attribuzione dei poteri confliggenti al momento della sua insorgenza, restando di regola insensibile agli sviluppi successivi delle vicende che al conflitto abbiano dato origine. ( Precedente citato: sentenza n. 106 del 2009 ) .

Massima n. 41828

Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato non è soggetto ad alcun termine perentorio; né il lungo tempo trascorso può essere assunto, di per sé, come dato rivelatore della carenza dell'interesse a ricorrere. ( Precedenti citati: sentenze n. 58 del 2004, n. 263 del 2003 e n. 116 del 2003 ) .

Massima n. 41829

È dichiarato inammissibile - per carenza dei requisiti soggettivo e oggettivo - il [ricorso per] conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio di Nicolò Pollari e Pio Pompa (l'uno ex direttore, l'altro ex collaboratore e poi dipendente del SISMI), formulata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia per il delitto di peculato continuato aggravato e ritenuta dal ricorrente lesiva delle proprie attribuzioni costituzionali in materia di tutela del segreto di Stato (artt. 1, 5, 52, 94 e 95 Cost., in relazione agli artt. 1, comma 1, lett. b e c, 39, 40 e 41 della legge n. 124 del 2007). Pur riferendosi espressamente alla richiesta di rinvio a giudizio di quasi sei anni prima, il ricorso non è rivolto contro l'originario atto di esercizio dell'azione penale, bensì contro le conclusioni formulate dal pubblico ministero nell'udienza preliminare del 16 luglio 2015, ossia contro un atto successivo all'esercizio dell'azione penale e interno al processo con essa promosso, espressivo non dell'attribuzione costituzionale prevista dall'art. 112 Cost., ma delle tesi dell'organo dell'accusa in ordine alla regiudicanda (in specie, volte a confermare la sussistenza dei presupposti per il rinvio a giudizio). Rispetto a simili atti - non attinenti al momento iniziale dell'azione penale e dunque non riconducibili all'esercizio obbligatorio dell'azione penale - non solo difetta la legittimazione (passiva) del pubblico ministero a essere parte del conflitto, ma è anche carente il connotato dell'idoneità lesiva, che pure condiziona, sul piano oggettivo, l'ammissibilità del conflitto. ( Precedenti citati: sentenza n. 40 del 1992, sull'apposizione del segreto; sentenza n. 463 del 1993, ordinanze n. 121 del 2011, n. 120 del 2009 e n. 398 del 1999, sulla necessaria idoneità lesiva dell'atto impugnato per conflitto; sentenza n. 163 del 2001, sulla inidoneità lesiva dell'atto di appello del p.m. ). Al pubblico ministero va riconosciuta la natura di potere dello Stato - legittimato, come tale, ad essere parte (attiva o passiva) di un conflitto di attribuzione - in quanto (e solo in quanto) investito dell'attribuzione, costituzionalmente garantita, inerente all'esercizio obbligatorio dell'azione penale (art. 112 Cost.), cui si connette la titolarità diretta ed esclusiva delle indagini ad esso finalizzate e rispetto alla quale il p.m., organo non giurisdizionale, deve ritenersi competente a dichiarare definitivamente, in posizione di piena indipendenza, la volontà del potere giudiziario cui appartiene. In quest'ottica, è senz'altro ammissibile il conflitto di attribuzione proposto contro il p.m. sia in relazione agli atti tipici di esercizio dell'azione penale (richiesta di rinvio a giudizio o di giudizio immediato) o alla decisione di non esercitarla (richiesta di archiviazione), sia in relazione alle attività investigative compiute dall'organo dell'accusa nella fase delle indagini preliminari; e ciò anche in rapporto ad esigenze di difesa del segreto di Stato. Al contrario, gli atti del pubblico ministero successivi all'esercizio dell'azione penale e interni al processo con essa promosso non ricadono sotto il cono della previsione dell'art. 112 Cost., non potendo essere configurati come proiezione necessaria del principio di obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale. ( Precedenti citati: sentenze n. 1 del 2013, n. 88 del 2012, n. 87 del 2012, n. 242 del 2009, n. 106 del 2009, n. 298 del 2008, n. 26 del 2007, n. 163 del 2001, n. 487 del 2000, n. 410 del 1998, n. 110 del 1998, n. 460 del 1995, n. 420 del 1995, n. 280 del 1995, n. 464 del 1993, n. 463 del 1993, n. 462 del 1993 e n. 178 del 1991; ordinanze n. 218 del 2012, n. 241 del 2011, n. 104 del 2011, n. 276 del 2008, n. 124 del 2007, n. 232 del 2003 e n. 312 del 2000 ).

Per questi motivi

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara inammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso, nei confronti della Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Perugia, dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso indicato in epigrafe.

Così deciso, in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 luglio 2017.

F.to:

Paolo GROSSI, Presidente

Franco MODUGNO, Redattore

Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 13 luglio 2017.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Roberto MILANA

Testo integrale

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